All’inizio del ‘900, Mark Rothko abbandona con la sua famiglia la natia Russia per sfuggire ai pogrom e all’arruolamento forzato nell’esercito imperiale. Gli Stati Uniti diventano il suo nuovo paese. La sua vicenda è stata scelta come esempio paradigmatico di una condizione esistenziale, toccata a moltissimi artisti del XX secolo, in fuga da persecuzioni razziali, religiose e politiche. Una condizione oggi tristemente attuale.
Nel paese che l’ha accolto, Rothko ha potuto esprimere il proprio talento e donare all’intera umanità la sua rappresentazione del mondo e della propria travagliata esistenza, consentendoci oggi di perderci nelle sue distese di colore. Cosa avrebbe perso la cultura del Novecento senza Rothko? E se tra i rifugiati che arrivano oggi in Europa ci fosse il Rothko del XXI secolo?


La Biennale d’Arte 2019

In concomitanza con la Biennale d’Arte 2019, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, presenta Rothko in Lampedusa, un progetto volto a valorizzare il patrimonio di creatività che i rifugiati portano con sé nella fuga e a proporre una narrazione alternativa rispetto a quella prevalente, per far sì che le persone costrette a fuggire siano considerate non come una massa, o un onere spersonalizzato, ma nel loro pieno potenziale di individui unici, portatori di arricchimento per la società nel suo insieme.
Il progetto espositivo, curato da Luca Berta e Francesca Giubilei, presenta le opere di otto artisti affermati, che hanno vissuto personalmente la condizione di rifugiato o hanno fatto di questo tema un elemento cardine della loro carriera artistica, e di cinque artisti emergenti, oggi rifugiati.


Tredici artisti

Grazie alle loro opere questi tredici artisti, pur non conoscendosi e avendo fatto esperienze di vita anche molto diverse, condurranno il visitatore lungo un percorso che offrirà uno sguardo nuovo su un argomento tanto attuale. Uno sguardo non solo dall’esterno ma anche dall’interno, poiché per una volta integrerà anche il punto di vista di chi vive la condizione di rifugiato in prima persona.
Dare spazio a queste voci significa lasciare aperte le porte, perché l’arte possa aiutarci a comprendere i fenomeni che l’umanità si trova ad affrontare. E lo farà in modo imprevedibile, come era imprevedibile che quel ragazzino arrivato a Portland nel 1913 sarebbe diventato un giorno il Mark Rothko che conosciamo.
Il progetto Rothko in Lampedusa sostiene la distribuzione delle Refugee Housing Unit, ripari sicuri e dignitosi per i rifugiati.
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