Artisti #withRefugees / Nalini Malani
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Nata a Karachi nel 1946, Nalini Malani è ancora molto piccola quando si trasferisce nella città indiana orientale di Calcutta, ora conosciuta come Kolkata. Scappa dunque dalla sua città natale in seguito alla Partizione dell’India. Lei e la sua famiglia si stabiliscono a Mumbai nel 1958. L’esperienza della sua famiglia, il lasciare la propria casa e diventare rifugiati in quel periodo forma le sue opere. Malani ha studiato Belle Arti a Mumbai e ha conseguito un Diploma in Belle Arti presso la Scuola d’Arte Sir Jamsetjee Jeejebhoy. Durante questo periodo, ha avuto uno studio nel Bhulabhai Memorial Institute, a Bombay, lavorando a stretto contatto con artisti, musicisti, ballerini e persone di teatro. Ha ricevuto una borsa di studio dal governo francese per studiare belle arti a Parigi dal 1970 al 1972. Vive e viaggia in varie parti dell’India, Stati Uniti, Giappone e Italia.

Il lavoro di Malani è influenzato dalle sue esperienze come rifugiata della Partizione dell’India: mette sotto pressione le iconografie ereditate e gli stereotipi culturali cari. Il suo punto di vista è indiscutibilmente urbano e internazionalista, e senza riserve nella sua condanna di un cinico nazionalismo, che sfrutta le credenze delle masse. La sua, è un’arte dell’eccesso, che supera i confini della narrativa legittimata e il dialogo convenzionale. Il suo lavoro si è caratterizzato in una graduale movimento verso i nuovi media, la collaborazione internazionale e l’espansione delle dimensioni della superficie pittorica nello spazio circostante con disegni a muro, installazioni, giochi di ombre, multiproiezioni e teatro.

In un’intervista dichiara: “Mio padre lavorava per Air India e questo mi permise di viaggiare periodicamente in Europa e non solo. Dopo la laurea in arte a Mumbay (la città di Bombay, ma lei non la chiama mai con quel nome, ndr), mi trasferii a Parigi dove conobbi e studiai Louis Pierre Althussier, Roland Barthes e Noam Chomsky. Nel 1997, però, tornai nel mio Paese, un vero e proprio atto politico, un rifiuto deliberato della vita diasporica dell’Occidente a vantaggio del progetto di modernizzazione ed emancipazione di un’India contemporanea, laica, avanzata e intellettuale”.

“Oggi, aggiunge, non si presta attenzione a istituzioni profonde che potrebbero avere un impatto positivo sul futuro dell’umanità, ma si continua solo ed esclusivamente nella direzione della morte e della distruzione, senza alcun pensiero riguardo alla costruzione di un futuro più umano. Da quando ho studiato quel personaggio, penso che esista una Cassandra in ognuna di noi: deve solo venire fuori”.

Il lavoro di Malani riguarda la possibilità di rendere visibile l’invisibile, di mettere in primo piano le ombre, di combinare ciò che è documentabile e urgente con una visione mitica e universale. Nata da una madre sikh e da un padre teosofo, Nalini Malani ha conosciuto un mondo in crisi, tormentato dalle conseguenze del colonialismo, delle guerre mondiali e dei loro postumi con enormi masse di popolazione in movimento forzato. Ma ha anche avuto accesso alle conoscenze cosmopolite e mondane, emancipatrici e transnazionali di teosofi come Annie Besant, le cui visioni di un universo interconnesso di forme-pensiero prefiguravano in qualche modo la futura fisica quantistica. La famiglia di Malani, come molte altre, fu costretta a fuggire durante la Partizione, e la piccola Nalini fu segnata a tal punto da quel periodo che il suo immaginario affiora come ritorno di materiale psichico represso, che ricompare come se fosse vomitato dalla profondità di un subconscio pieno di orrori e traumi.