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Mark Rothko (Dvinsk, 25 settembre 1903 – New York, 25 febbraio 1970) registrato all’anagrafe con il nome di Markus Rothokowitz, nacque a Dvinsk, in Lettonia. Il padre venne descritto da Rothko stesso come “un socialdemocratico militante del partito ebraico […] profondamente marxista e violentemente antireligioso”. Dopo la brutale repressione del 1905, da socialista Jacob Rothkowitz divenne sionista: da liberale di sinistra a ortodosso rigido e inflessibile, cambiamento difficilmente accettato da Mark. Nel 1910 Jacob Rothkowitz si trasferì negli Stati Uniti. Non fu l’antisemitismo a spingere Jacob a questa scelta; piuttosto il fatto che i due figli maggiori potessero essere richiamati alle armi, con la divisa dei soldati dello zar che avevano represso la rivolta del 1905. I figli e la moglie lo seguirono successivamente, fino a riunirsi nel 1913.

“In America Marcus si sentì fin dall’inizio un emarginato, e tale rimase per tutta la vita”.

Si stabilirono a Portland, nel quartiere ebraico, chiamato “Little Russia”; Jacob morì dopo pochi mesi. Iniziarono anni di povertà: per Marcus furono anni in cui alla scuola alternava lavoretti che gli permettevano di guadagnare pochi spiccioli. A scuola riusciva bene e aveva buoni voti e riuscì, grazie ad una borsa di studio, ad entrare all’università di Yale: non smise mai di sentirsi un escluso, oppresso da un velato antisemitismo. Si sentiva al di qua di un confine: un confine che mai pensò di riuscire a superare.

“In quasi tutti i suoi quadri astratti, a metà o a un quarto della superficie è tracciata una divisione che segna il passaggio da un colore all’altro. Non una linea – Rothko non ne voleva sapere di Mondrian, delle sue linee e dei piani schematici – ma una separazione, una striscia, una zona d’ombra e di confine. […] una frattura.”

Marcus cominciò a dipingere tardi; dopo Yale si trasferì a New York. All’inizio fece molta fatica ad affermarsi, fu una strada piuttosto dura, fatta di incomprensioni e di povertà, soprattutto di solitudine. Nel 1938 ottenne la cittadinanza americana e nel 1940, su suggerimento di un mercante d’arte di New York, cambiò il suo nome in Mark Rothko. Divorziò dalla prima moglie – un’ebrea russa originaria di Kiev – e sposò Mell Beistle, una bionda americana di quasi vent’anni più giovane di lui, un ottimo modo di provare a sentirsi pienamente americano. Dopo la guerra, stupì il mondo con i suoi quadri astratti. In capo ad una quindicina d’anni non si parlava che delle sue tele; e del suo modo di essere. Stanley Kunitz lo definì “l’ultimo rabbi dell’arte occidentale”; per il critico Peter Selz Rothko aveva molto del patriarca ebreo. In quegli anni entrò in una fase di depressione; la Tate Gallery di Londra gli commissionò delle tele e lui le realizzò usando solo due colori: il grigio e il nero. Rothko che negli anni della gioventù a Daugavpils aveva vissuto a stretto contatto con la natura, negli Stati Uniti rifiutò qualsiasi contatto con l’ambiente naturale. Come ha detto Simone Weil: “Il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana.” Rothko fu sradicato, come Marc Chagall, come Chaïm Soutine, come Chaim Jacob Lipchitz. Quello che avevano perso lo conservavano nella loro memoria visiva e vi davano spazio nei loro dipinti e nelle loro sculture. Rothko fu quello che aveva perso più di tutti: dopo la patria il padre, dopo il padre la fede. Fu il più sradicato, e diventò il più radicale dei quattro artisti originari della Čerta, la Zona di residenza. Eppure i riconoscimenti non gli mancarono: nel 1961 il MoMA gli dedicò una retrospettiva, uno dei pochissimi casi in cui ciò veniva tributato ad un artista vivente.

Ma Rothko non riuscì a vincere sul suo passato, su ciò che aveva perso e su ciò che era diventato; il 25 febbraio del 1970, alle prime luci dell’alba, si suicidò, e lo fece recidendosi le arterie di entrambe le braccia, appena sotto le ascelle. Aveva sessantasei anni.